|
Libri |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
|
Cronisti di Provincia |
|||
|
E’ una raccolta di
racconti che propone un ritratto cattivo, indelicato, talvolta feroce, comico e grottesco, ma anche malinconico di una categoria di giornalisti condannati ad essere dimenticati dalla grande cronaca. Anche se talvolta questi
cronisti non sono meno professionisti dei più illustri colleghi che lavorano per importanti testate. Le quali pur compaiono in azione in questo volume. Nel libro sono esaminate
in una dozzina di racconti tutte le figure che popolano i media locali, dal cronista semplice al direttore, passando per il cronista d’assalto, quello sportivo, il giudiziario, il nerista, l’editorialista, il “vate” e
così via... senza dimenticare fotografi, cameraman e anchorman. I cronisti di provincia
cinici o cialtroni, a volte falliti o emarginati, scrivono di piccoli fatterelli, innocui infortuni dai ridicoli risvolti o di quotidiani e drammatici episodi di nera, come gli incidenti mortali: a volte si imbattono in casi
inquietanti come quello del maniaco. Ma sempre aspettano la notizia che consenta loro, anche solo per qualche attimo, di sfuggire alla dolce e amara provincia che li imprigiona. Occorrono lunghe attese (talvolta anni), ma poi
ecco i cronisti di provincia impegnati in casi da prima pagina con la banda degli incappucciati o il pendolino deragliato. “Cronisti di
Provincia” 800 copie vendute, edizioni Pontegobbo 1997 (Castelsangiovanni, Piacenza) pagine 134, euro 7. |
|||
|
RECENSIONI |
|||
|
Luigi Bacialli direttore di Libertà 7 ottobre 1997: giornalisti americani da strapazzo che negli anni trenta frequentavano poco la redazione e moltissimo i bar. Gente approssimativa, superficiale, priva di scrupoli, che se non ha una notizia da vendere al capocronista se la inventa di sana pianta, incurante delle conseguenze nefaste di una “bufala”. Mariani racconta le piccole gratificazioni, le delusioni, le mortificazioni, gli slanci e i sacrifici di quanti svolgono dall’esterno, una professione bella ma molto difficile, e che chiunque abbia qualche velleità letteraria invece ritiene di potere svolgere tranquillamente. spaccato sincero perchè scritto da Ermanno Mariani, un cronista di provincia appunto. Mattina 7 ottobre 1997 Dodici racconti che propongono un ritratto indelicato e grottesco dei cronisti di provincia. feroce e lo spassoso. Palomar
dicembre 1997 ma non sciatta e se proprio non è un capolavoro di eleganza o di ricercatezza, almeno puzza di vero, di reale più dei tanti romanzi scritti dai suoi coetanei che suonano falsi fin dalle prime righe. storia che non gli è servita granché e una vita passata fra sbirri, puttane , delinquenti, lunghe notti sulla via Emilia e altrettante in fumose redazioni di giornali di provincia a scrivere di stupri, incidenti mortali e drammi d’ogni forma e natura. Mariani magari non diventerà il James Ellory italiano, ma non resterà neanche l’oscuro travet delle redazioni locali perché ha una sincerità che lo porterà dove vuole lui. Dentro o lontano dalla provincia che ama così tanto, non fa differenza. cui i personaggi e le situazioni che risultano quasi sempre sgradevoli sono attendibili ed in fondo anche simpatici perché l’autore li ritrae con occhio critico e nello stesso tempo affettuoso. Predomina come un’atmosfera in bianco e nero, quella dei polizieschi americani anni ‘50, dei libri di Mickey Spillane, per fare un esempio. Atmosfere dopotutto in sintonia non solo con l’ambientazione, ma anche con lo spirito dell’autore. Mariani voleva fare l’insegnante di lettere e si è ritrovato a fare il cronista di nera. Forse suo malgrado. Chissà. Sta di fatto che c’è in lui un notevole disincanto nei confronti della sua professione. Una disillusione, quella di Mariani, che gli permette però il necessario distacco, per poter analizzare, criticare, ironizzare sul suo ambiente. valanghe di comunicati stampa, risponde all’imperativo tipico (lo diceva il grande De Benedetti) dei giornalisti di razza: “scarpinare”, andare a mettere il naso di persona. Incurante degli “odori” che certe situazioni emanano. A questa specie di giornalisti, non troppo affollata appartiene certamente Ermanno Mariani, da qui “Cronisti di Provincia”. talvolta inquietante della provincia. possono anche apparire grottesche, il cronista d’assalto e il redattore che non si stacca dalla sedia, il collaboratore timido e il giornalista sportivo che sa tutto della sua squadra ma le busca dagli ultrà: tutti personaggi che rappresentano la quintessenza del giornalismo di provincia. invidie, le “buche” tirate ai giornali, fra gracchiare di radio intercettate e caffè scambiati con notizie, rapine in banca e vecchiette investite all’incrocio. Palco e scenografia li abbiamo sotto gli occhi, sono le strade, i palazzi, le pianure della Bassa, il Po, quella mitica via Emilia che Mariani, bandita l’autostrada per sempre, continua a solcare in macchina avanti e indietro. 1998 I sogni e le illusioni dei giornalisti in esilio dalle grandi testate sono descritti con un efficace stile antiretorico e certo disinibito da Ermanno Mariani in Cronisti di Provincia. Non solo i giornalisti, per molti dei quali le querele sono all’ordine del giorno, ma anche i libri sui giornalisti possono finire in Tribunale. E’ il caso del volume di Ermanno Mariani “Cronisti di Provincia”. Qualcuno si è sentito offeso dalle narrazioni di questo libro e si è rivolto al Tribunale. Il reato ipotizzato è quello di diffamazione a mezzo stampa. Cronisti di provincia è un viaggio tra le cronache dietro le quinte della carta stampata e delle televisioni locali, con il ritmo di un giallo e la scrittura immediata, con i personaggi che non disdegnano la battuta in dialetto e che all’occorrenza, sacramentano in italiano. Mariani, piacentino, giornalista, ha lavorato e lavora per una sfilza impressionante di testate ed emittenti locali. Conosce bene l’ambiente, i suoi vizi (sicuramente tanti), le sue virtù (non altrettanto numerose). Giacomo Nicelli, giornalista, presentazione “Cronisti di Provincia” a Castelsangiovanni, ottobre 1998 storie, i riferimenti a fatti e personaggio reali. Riferimenti che pur in una trama romanzata e avvincente da libro poliziesco ci sono. Eccome. Al punto che sono costati all’autore anche grane giudiziarie. sparla) nel libro di racconti “Cronisti di Provincia” è di fantasia e quindi non riconoscibile. Questo il senso della decisione del giudice per le indagini preliminari Giovanni Picciau che ha accolto la richiesta di archiviazione del pm. Paolo Veneziani. Ermanno Mariani, cronista e autore del libro, per quel capitolo era stato querelato per diffamazione a mezzo stampa. Provincia” è di fantasia e quindi non riconoscibile. Così ha deciso il gip che ha assolto l’autore Ermanno Mariani che tra l’altro ha sostenuto di essersi ispirato ad un personaggio cinematografico, interpretato da Charles Laughton nel film “Il tempo si è fermato” del 1948, ambientato nel mondo del giornalismo. Una storia, anzi tutte le storie del mondo rinchiuse nella pacata atmosfera della vita di cronisti di provincia, che corrono, amano, vincono e sperano senza sapere cosa davvero stiano cercando. TESTO "SCRRRRR...RRR...BIT BIT BOUT...SCREERR auto quattro chiama India SCRRR BIT BIT BOUT auto
numero quattro chiama India scrrr...". Antonio
si aggiustò il bavero della sahariana, si infilò in tasca due rullini bianco e nero, controllò se gli asa erano al posto giusto sull'obbiettivo, raccolse penna e taccuino dal tavolo e li gettò nell'ampia tasca, si buttò a
tracolla la radio dell'emittente locale, dopo averne arrotolato il cavo infilò nella tasca dei jeans il microfono della stessa radio. In tasca ci piazzò pure il microfono della
telecamera. Quest'ultimo un po' più grosso del primo era senza filo, si collegava con un piccolo congegno radio alla massiccia Betacamp. "SCRRRR...RRR...BIT...BIT..BOUT...
auto numero quattro chiama centrale bit bout SCRRRR minchia". Augusto
inserì tre caricatori e due videocassette di ricambio nell'ampio cinturone che sempre portava a tracolla, controllò che il cellulare fosse nella fondina al fianco e si piazzò il cappello in testa. Quei due parevano due
messicani della banda di Emiliano Zapata, con caricatori gonfi di proiettili a tracolla. -
Forza, la conferenza sulla promozione dell'uva e della vite in provincia ci aspetta... Hanno violentato una ragazza l'altra notte, me lo ha detto un avvocato incontrato in tribunale; pare erano più d'uno gli stupratori. -
borbottò il cronista al cameraman. -
Ci sono, arrivo... Spengo lo scanner e andiamo - replicò l'operatore, un ometto di bassa statura con corvina barbetta diavolesca, sguardo malefico. "SCRRRR...RRR
BIT... Centrale operativa ad auto numero quattro incidente stradale sulla SS9 ...SCRRR chilometro numero 179più400". -
Aspetta, cazzo! Non spegnere... L'incidente - sbottò Antonio mentre finiva di controllare l'obiettivo della macchina fotografica. -
E chi spegne! - ringhiò l'ometto portandosi più vicino all'apparecchio perennemente sintonizzato sulle frequenze radio dei carabinieri. "SCRRRR
intervenire immediatamente sul posto. Incidente frontale fra furgone Ducato e automobile Y 10. Pare che uno degli occupanti della vettura BIT BIT BIT SCRRRRRRRRRRR uno degli occupanti della vettura sia in condizioni molto
gravi SCRRRRR SCRRRR BIT BIT BOUT chiamare pronto soccorso". "Auto
numero quattro informare India che ci rechiamo immediatamente SCRRRRRRRR sul posto UUUUUUEEEEEEEEEEEE!" -
Porca troia, muoviamoci, è il mortale - tuonò Augusto abbrancando la telecamera e precipitandosi verso l'uscita del bugigattolo-topaia che impropriamente e pomposamente chiamava redazione. -
E la conferenza? - mormorò Antonio. -
Per Dio, se ci scappa il morto! posso tentare di piazzare il servizio al notiziario regionale. Al notiziario regionale il morto lo beccano sempre e quelli pagano bene, lo sai, mica come quei figli di vacca dei locali. -
Che cazzo, Augusto, la settimana scorsa abbiamo corso per quaranta chilometri; sembrava che quel vecchio avesse tirato le cuoia e invece niente, è uscito arzillo dalla carcassa della sua vettura ancora fumante, i medici
l'hanno giudicato guaribile in otto giorni per un cazzo di distorsione al rachide cervicale. -
Via. Viaaaa, se non ci vuoi venire vado da solo, che me ne fotte a me della conferenza sulla vite, quegli imbecilli! Li becchiamo anche più tardi. Sono sempre a nostra disposizione tanto. Basta andare in video. Si
catapultarono all'esterno come due saette. La vecchia e devastata Opel station Wagon schizzò sgommando, Augusto al volante rannicchiato e concentrato come Fangio a Montecarlo,
Antonio ancora non aveva chiuso la portiera che erano già in fondo alla via navigando rapidi fra il traffico. Ad
ogni minimo ostacolo che si frapponeva sul tracciato di quei due invasati era una sequenza di micidiali bestemmie da competizione all'indirizzo del malcapitato automobilista, ciclista o pedone di turno. Per
un soffio Augusto non investì una vecchia che si attardava a mettere il piede sul marciapiede. -
Alloooora!!! Se non siamo più capaci di camminare si va all'ospizio - ululò Augusto stringendo le mani al volante, il volto sfigurato in una maschera di furore. In prossimità della SS9 una lunga colonna di automobili e
mezzi pesanti impediva il normale scorrimento del traffico. -
Porca puttana, NO! Questa non ci voleva; se arriviamo che hanno già portato via il morto finisce che non ci beccano il servizio e abbiamo fatto il viaggio a vuoto - tuonò l'operatore. -
E dai Augusto, magari mica è già morto, no! -
Sì, sì, magari è ancora vivo, ma noi dobbiamo arrivare prima dell'autoambulanza - sibilò convinto il cameraman e azionò il lampeggiante che aveva sul tetto per scavalcare il
traffico e correre via più veloce. L'Opel con lampeggiatore arancione e carrozzeria tutta impiastricciata di adesivi raffiguranti stemmi di Tv locali, regionali e nazionali con cui collaborava Augusto serviva così mascherata
per farsi scorrettamente largo fra gli altri veicoli; l'espediente funzionava quasi sempre. L'Opel riuscì così fra brusche frenate e sobbalzanti riprese a lasciarsi alle spalle l'ingorgo e dopo pochi attimi correva come un
missile lungo la via Emilia. Naturalmente l'Opel,
nonostante fosse una vecchia carcassa, aveva il motore che cantava come un tenore. Duemilaquattrocento di cilindrata (anche se era denunciato per mille e seicento), i cilindri truccati lavoravano a meraviglia. Augusto-Fangio
chino sui comandi teneva il suo bolide costantemente sulla riga di mezzeria, in barba a limiti di velocità e divieti vari. Il
disgraziato al suo fianco sudava freddo aggrappato con tutte le sue forze alla maniglietta sopra la portiera. Gambe irrigidite, piedi impuntilati contro il fondo della carrozzeria, salivazione azzerata, Antonio osservava
l'asfalto scivolare sotto di lui come in un videogame. In lontananza gli parve di scorgere il lampeggiatore azzurro della gazzella dei
carabinieri che li precedevano. -
Quell'imbecille non mi dà strada... Cazzo! Non mi dà strada - tuonò Augusto, gli occhi da pazzo. Una
Volvo 740 che davanti a loro correva ad una velocità leggermente inferiore alla Opel, le cui lancette del contachilometri già segnalavano 140 abbondanti, rallentava la folle corsa dei due disgraziati. -
Dammi strada per Dio, dammi strada - gridava Augusto all'automobile davanti a lui. Ma il suo conducente non poteva sentirlo e la Volvo rimaneva al centro della carreggiata, con due ruote sulla riga di mezzeria. Il traffico
intenso che sopraggiungeva nella direzione opposta, sfiorandoli paurosamente, impediva il sorpasso. -
Che cazzo, questi stronzi di autisti della domenica io non li capisco! Se non hanno intenzione di andare devono rimanere tutto a destra e dare spazio - urlò Augusto che non intendeva assolutamente perdere le
quattrocentomilalire che normalmente venivano pagate dall'emittente regionale per un servizio di quel genere. Si attaccò al clacson e ai lampeggianti. -
Niente, quel beota non dà strada! - confermò "Fangio" con un ringhio e, spiaccicata la freccia in prossimità di una semicurva, si preparò a un sorpasso da pirata della strada nel quale era specializzato. In
un lampo l'Opel affiancò la Volvo stringendola a bordo strada, ma l'autista della svedese, quasi a farlo apposta, non voleva cedere e stringi stringi alla fine Augusto trovò un varco per passare. "CRAAAA
CRAK CRASH" si udì nell'attimo del sorpasso e Antonio vide schizzare come uno shuttle a centinaia di metri nel cielo azzurro uno specchietto laterale. Il clacson
della Volvo tuonò rabbioso e annunciò che lo specchietto non era della Opel. Augusto,
resosi conto di quanto avvenuto, guadagnò il bordo strada e schiacciò il freno. L'Opel si bloccò in una grigiastra nuvola di polvere. La Volvo era dietro. L'operatore scese dal suo mezzo seguito dal giornalista. Dalla
berlina svedese scese invece un signore alto, in abito classico scuro, molto elegante, capelli brizzolati, volto abbronzato. Pareva un capitano d'industria. -
Per Dio! - incominciò Augusto agitando il pugno. -
Stai calmo, calmo - gli disse Antonio poggiandogli una mano sulla spalla. Conosceva il cameraman e sapeva che era un attaccabrighe: una volta in una rissa aveva sparato una fucilata ad
una mano ad un tale. -
Mi pare che come minimo dobbiate pagarmi i danni...- incominciò l'uomo. Non finì il ragionamento. In quella sfrecciò a velocità folle la camionetta dei pompieri seguita dall'autoambulanza, scortata da una gazzella dei
carabinieri. Sopraggiunse un'altra automobile dei carabinieri che, alla vista della station di Augusto, rallentò. Uno dei "caramba" di pattuglia si sporse dal finestrino e
gridò: -
Ahoooo! Augusto, che cazzo fai! C'è il mortale, Augusto! Corri che se no ti perdi 'o servizio! Il
cameraman digrignò i denti, chiuse un occhio e l'altro si ridusse ad una piccola fessura infuocata. Strinse i pugni fino a farsi male le mani. Al tizio della Volvo ringhiò: -
Fanculo! Tu e il tuo specchietto di merda. Rigirò i tacchi, piombò
a bordo dell'Opel seguito dal giornalista e ripartì sgommando. In
pochi attimi il duemilaquattrocento truccato macinava chilometri lungo la via Emilia a 180 chilometri orari, nella scia della sirena blu della Benemerita che urlava disperata. Senza
quasi rendersi conto, Augusto e Antonio si trovarono sul teatro dell'incidente. Come annunciato dallo scanner era un frontale fra un furgone Ducato e una Y 10. La gazzella che li aveva preceduti aveva già provveduto ad isolare il tratto di strada. I pompieri erano all'opera per tentare di estrarre da quello che rimaneva dell'Y 10 i feriti. Vi erano due persone a bordo di
quell'ammasso di rovine fumanti. Antonio poco dopo apprese che si trattava di padre e figlio. Altre due ambulanze del 118 giungevano sul posto. Mentre
Augusto preparava a tempo di record la Betacamp, un'ambulanza ripartiva con a bordo l'autista della camionetta. Era il giovane panettiere di un vicino comune. -
Quello se la caverà con qualche decina di giorni di prognosi - borbottò uno degli infermieri alle spalle del pompiere che lavorava con la sega per liberare l'automobilista dalle lamiere in cui era imprigionato. Dalla
carcassa uscì per primo un ragazzino sui dodici anni. Gli infermieri si occuparono subito di lui: non era grave. Più serie sembravano le condizioni del padre che non dava segni di vita, il suo capo insanguinato era riverso
sul volante. -
Eppure respira, respira - mormorava il pompiere mentre febbrilmente con la cesoia continuava a tagliare una portiera. C'era sangue dappertutto: nell'abitacolo della macchina, sul parabrezza, sull'asfalto, nella camionetta del
panettiere. Estrassero
finalmente il ferito sotto l'occhio spietato della telecamera che tutto riprendeva. Le sue condizioni erano disperate. L'occhio esperto dei medici delle ambulanze comprese subito che lo sventurato automobilista stava per
esalare gli ultimi respiri. Nonostante
ciò i sanitari tentarono il tutto per tutto e gli praticarono il massaggio cardiaco mentre era steso in mezzo alla strada sull'asfalto. Un massaggio cardiaco violento, forti mani pompavano su quel povero cuore. Un fiotto di
sangue uscì dalla bocca dell'uomo, l'infermiere si girò verso pompieri e carabinieri. Scosse tristemente la testa, non c'era più nulla da fare. La
telecamera aveva ripreso tutto. Augusto non trattenne un mezzo sorriso di soddisfazione. Il morto andava bene per il regionale, qualche taglio qua e là nel montaggio, giusto per non stomacare quei noiosi dei benpensanti e il
servizio sulla sciagura stradale c'era tutto. In
quella sopraggiunse un'autopattuglia dei vigili urbani. Ne scese un agente. -
Ahhooooo! - lo apostrofò un carabiniere - siete sempre gli ultimi! -
Che cazzo! - ribattè quello della municipale piazzandosi con una mano il berretto sulle ventitrè - ci siamo imbattuti in un imbecille fermo a qualche chilometro da qui. -
E che voleva? - domandò il caramba incredulo. -
Era un tizio con una Volvo che gridava e gridava - replicò il vigile - diceva che un pirata della strada gli aveva spaccato uno specchietto e aveva rischiato per causa sua di finire fuori strada. Voleva sporgere denuncia. Ma
noi non avevamo tempo di badargli. Capirai, con il mortale, siamo ripartiti. A
quelle parole Augusto scrollò le spalle e sibilò: -
Cazzi suoi. Poi,
per meglio perfezionare il suo servizio, puntò la Betacamp sulla salma coperta da un pietoso telo bianco. Riprendeva un rigagnolo di sangue che usciva dalla massa coperta dal telo. Rosso correva nervoso sull'asfalto. Un'altra
pattuglia della municipale arrivò e lamentò di un pazzo lungo la via Emilia che pretendeva di essere risarcito del suo specchietto. Sopraggiunsero
altri curiosi, fra i quali il cronista di nera del primo quotidiano locale: Lando Fabbri detto Corvo Nero. Indossa il suo cappotto lungo, stile classico da cerimonia, tinta nera. Fabbri conosce tutti, saluta tutti, sorride.
Osserva la salma ai suoi piedi. Estrae il taccuino, scrive qualcosa con una penna di plastica. Comincia a far domande a tutti. Osserva l'interno del furgone sfasciato: dall'abitacolo sfondato gli schizzi di sangue sono finiti
anche nel cassone. Vi sono delle grandi scatole di cartone bianche un po' malconce e sporche di sangue. E' curioso Corvo Nero, non riesce a farsi i cazzi suoi e a star fermo, ne apre una e chiama Antonio. -
Guarda, amico mio, era il panettiere del paese, ne vuoi uno? - piglia un bombolone e lo porge. -
Ma c'è sangue dappertutto - obietta Antonio.
|
|||