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Il Grande Rastrellamento |
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“La parola d’ordine dei rossi era questa: “No pasaran”...
Siamo passati!!! E vi dico... E vi dico... Che passeremo. “Il Grande
Rastrellamento” per le edizioni Pontegobbo era nato in accordo con l’editrice come un lavoro da presentare in sordina, in controtendenza. Perché racconta di storie di partigiani, di storie che risalgono ad oltre mezzo
secolo fa. Si era pensato che potesse interessare ad una fascia ristretta di persone. Non è stato così. Uscito nelle librerie il 31 ottobre è andato esaurito in poche settimane e in dicembre è stato necessario ristampare
una seconda edizione in fretta e furia, a cui hanno fatto seguito altre due edizioni. “Il grande
Rastrellamento” edizioni Pontegobbo, (Castelsangiovanni, Piacenza) copertina di Giovanni Freghieri, illustrazioni di Michela Salotti e Paolo Maini, pagine 128, 5 euro. Copie vendute 1500, prima edizione, ottobre 1999,
seconda, dicembre 1999, terza, dicembre 2001, quarta, gennaio 2002. |
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RECENSIONI |
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Jam aprile 1999
TESTO FRANZ (1944) mio
compagno nel combattimento e
tu vali molto più di un regno Sei
la chiave della libertà e
tu vali molto più di un regno sei
la chiave della libertà Fu possibile sapere chi
fosse il caduto soltanto più tardi. Si trattava di Franz. Un proiettile gli aveva devastato il capo. Forse un combattimento con i partigiani, pensarono i montanari del villaggio osservando l’uniforme tedesca che il povero
cadavere ancora indossava. Questo soldato, i più
informati lo sapevano bene, era passato da tempo con i partigiani. I ribelli delle montagne erano scesi un limpido pomeriggio d’estate sino ad una trattoria nelle vicinanze dell’aeroporto di San Damiano e qui avevano
catturato Franz mentre tranquillamente pasteggiava con un piatto carico di fagioli. Il militare non oppose
resistenza e fu condotto prigioniero in montagna. Il comandate tedesco dell’aeroporto saputo della cattura di Franz si affrettò di far sapere attraverso un sacerdote al capo
della resistenza della zona di voler scambiare il suo soldato con alcuni partigiani prigionieri. Quando però l’interessato venne a conoscenza dello scambio si ribellò e disse che voleva rimanere fra i partigiani. -
Non voglio più tornare nell’esercito del Fuhrer, intendo rimanere con voi - lo disse quasi implorando il prigioniero e Fulmine un poco imbarazzato per quell’inaspettata richiesta e temendo una rappresaglia nemica, finì col trovare un espediente. Pregò il sacerdote che
svolgeva il ruolo di intermediario nella faccenda di preparare una lettera nella quale si spiegava che Franz, non intendeva far ritorno fra le truppe germaniche e il messaggio prima di essere inviato al comandante tedesco, fu
fatto leggere e sottoscrivere dallo stesso prigioniero. L’ex soldato del Fuhrer impugnò la penna e firmò senza esitazione. Mentre Franz correva fra la
neve disperato aveva ben impresso nella sua mente quale era il trattamento riservato ai tedeschi passati fra i partigiani, qualora fossero catturati dagli ex commilitoni. I passi del tedesco
partigiano erano pesanti e le sue forze indebolite per un colpo di mitraglia che lo aveva raggiunto alla spalla. Tuttavia ancora aveva la costanza, la tenacia di andare avanti.
Dietro di lui echeggiavano le voci degli inseguitori. Correva e correva e sapeva
che non poteva farsi prendere. Sperava nella nebbia densa e nell’oscurità che presto sarebbe calata ma la neve tutt’intorno era traditrice e manteneva ben chiare alla muta che lo cercava le
impronte dei suoi scarponi. Mongoli tedeschi e fascisti
che lo tallonavano a poche centinaia di metri di distanza avevano buon gioco in quella caccia spietata e selvaggia. Era sufficiente seguire le tracce marchiate dal suo sangue fresco lasciate sulla neve candida. Era fin troppo
facile per gli inseguitori. Anche questo il tedesco lo
sapeva ma non voleva pensarci. Si aggrappava alla nebbia come ultima speranza di salvezza. “Questa nebbia mi
proteggerà, questa nebbia non mi farà prendere. Sai Franz cosa ti aspetta - pensava il fuggiasco - se ti riporteranno davanti al tuo comandante... no non ti porteranno da lui. Non mi prenderanno”. Correva e correva solo e
disperato e ogni attimo che trascorreva sentiva che si avvicinava la fine. Lo intuiva dalle sue gambe sempre più molli, dal suo fiato sempre più pesante e umido che gli usciva dal naso e dalla bocca. Dagli occhi che
lacrimavano senza tregua. Dal cuore che batteva come un tamburo impazzito. Dalla ferita che non smetteva di sgorgare sangue. “Niente da fare vecchio
Franz questa volta sei fottuto... ancora poco...”. Le voci degli inseguitori
più vicine e poi il fragore di uno sparo e di un altro ancora. Il ferito si guardava intorno incerto sulla direzione da prendere. Era tutto di un candore così assurdo che sembrava di essere già all’altro mondo. Il freddo
lo manteneva ancora lucido nonostante la perdita di sangue. Ora le voci dei suoi inseguitori erano anche davanti a lui. Franz compreso di essere
ormai circondato e di non avere più scampo, si gettò fra quattro enormi massi tondeggianti. Levò la sicura al Mauser si sdraiò fra la neve e dopo aver accuratamente puntato la
canna del fucile nella direzione dove le voci erano più vicine, restò silenziosamente in attesa. La prima ombra proprio
davanti a lui cominciò a muoversi a circa venticinque metri. Inquadrò l’ombra nel mirino, carezzò dolcemente con l’indice il grilletto e lasciò partire il colpo. La detonazione fece rinculare leggermente il calcio del
fucile sul braccio offeso provocandogli un dolore lancinante. Davanti a lui un urlo disumano gli annunciò che il bersaglio era stato centrato. In quell’attimo una decina di armi automatiche aprirono il fuco e una tempesta
di proiettili piovve sui massi che intorno a lui lo proteggevano come un ombrello. - Arrenditi - gli gridò un
soldato della milizia fascista. Franz rispose al fuoco e la
sparatoria si protrasse per una ventina di minuti. I mongoli e i loro ufficiali tedeschi e così pure i fascisti, non osavano avvicinarsi al rifugio del partigiano. Il primo soldato colpito dal suo fucile giaceva ancora
immobile nella neve ed era un buon monito per tenere tutti gli altri lontani. La questione era ormai
chiusa. I rastrellatori sapevano bene di aver preso in trappola la loro preda e la cattura era solo questione di tempo. Presto o tardi il ribelle avrebbe finito con il commettere un passo falso o si sarebbe arreso. Anche Franz sapeva di giocare una mano persa. Aveva sparato tutti i suoi colpi e gli era rimasta una sola cartuccia. Inutile resistere oltre. Socchiuse gli occhi e la memoria lo riportò alle valli ed ai monti innevati del suo paese e alla visione di una donna e di due bambini che da anni inutilmente lo aspettavano. Senza esitazione si guardò intorno calmo per un ultima volta, si portò la canna del Mauser alla bocca e urlò disperato: <Geung!... Geung... Krieg!> (Basta!...Basta... con la guerra). La detonazione echeggiò oltre le montagne e si perdette alta nel cielo. Franz non si era lasciato catturare.
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