Vivere e raccontare un luogo definito, attraverso i
decenni e i secoli, vuol dire attraversare la memoria,
condividerla, farla propria, trasformarla in storia e
in storie. E' il lavoro minuzioso e costante che
Ermanno Mariani, cronista e autore piacentino, dedica
alla sua terra, una pianura che, nei suoi racconti, è
tutto meno che piatta.
Nei tuoi libri ti sei occupato soprattutto della
Resistenza, e in particolare della Resistenza nel
territorio piacentino. Al di là della tua specifica
appartenenza, cosa c'è importante e/o stimolante da
questo punto di vista che unisce il territorio
piacentino ad una fase storica determinante per
l'Italia?
Nel piacentino si combatté la Resistenza con la R
maiuscola. Nella mia provincia vi fu il più alto
numero di caduti in combattimento rispetto alle altre
province italiane, proporzionalmente al numero degli
abitanti. Nel piacentino vi fu il più alto numero di
rastrellamenti. In particolare nell'inverno 1944 vi fu
il grande rastrellamento dove fu impiegata la 162esima
Turkestan, ventimila effettivi più reparti della
Repubblica sociale. Fu un fatto nazionale. Nessuna
provincia ebbe un rastrellamento di tali dimensioni e
i partigiani piacentini lontani dalla linea gotica
quando c'era un rastrellamento non potevano fare come
nel reggiano, nel modenese e nel bolognese, il
passaggio del fronte raggiungendo le linee alleate,
come in effetti è stato fatto. Tutto questo perché
il piacentino era lontano dalla linea Gotica ed era la
zona migliore per colpire la statale numero nove, cioè
la via Emilia. In quel momento la più importante
strada italiana per i convogli tedeschi di
rifornimento al fronte. Dal piacentino con la statale
numero 45, si poteva raggiungere Genova, ultimo
importante porto in mano ai tedeschi nel '44-45.
I personaggi che racconti, penso al Ballonaio,
di cui magari puoi farci una breve descrizione, o
anche le figure che descrivi in L'ombra del Ras,
sono sempre un po' marginali agli schieramenti, sia
che appartengono alla Resistenza che alle forze
nazifasciste. Difficilmente sono organici. E' una tua
scelta, quella di occuparti di figure piuttosto
ambigue?
Indubbiamente le figure un po' ambigue mi colpiscono
maggiormente e occuparmene diventa più che una scelta
un desiderio. Il Ballonaio è stato definito da più
parti una figura ambigua. Ed in effetti lui si è
mosso in modo ambiguo ma poi studiando il personaggio
emerge che questo suo modo di essere lui lo sfruttava
per colpire nel modo più duro tedeschi e fascisti. Il
Ballonaio il cui nome era Giovanni Lazzetti fu una
delle più celebri figure della Resistenza italiana.
Basti ricordare che con un clamoroso colpo portò
ottocento fucili ai patrioti. Occorre riflettere su
cosa significano ottocento fucili nel luglio del 1944
quando in montagna i patrioti erano ancora quasi tutti
disarmati. Per questo colpo i tedeschi diedero il via
ad una sanguinosa rappresaglia. Il Ballonaio fece
irruzione nella questura del centro di Piacenza in
pieno giorno, portando via una mitragliatrice pesante
e un camion di equipaggiamenti e sequestrando diversi
funzionari di polizia. E' una roba da matti a
pensarci. Questa figura di partigiano rapì il
federale di Piacenza poche ore dopo la cerimonia in
cui fu nominato, anche capo della brigata nera. Una
beffa terribile per i fascisti. Sempre il Ballonaio
raggirò il generale delle SS Wolf e il primo ministro
della Rsi Buffarini, una beffa divenuta ormai
leggendaria. Non sono di sicuro organici l'onorevole
fascista Barbiellini Amidei, accusato in fase
istruttoria di essere il mandante dell'omicidio di un
delitto avvenuto a Piacenza nel 1924 e di cui scrivo
ne L'ombra del Ras o il Buso, ossia Pier Maria
Scotti conte di Vigoleno, scomunicato nella Piacenza
del Cinquecento e messo al bando per le sue malefatte
ma che incarnò la ribellione italiana durante le
guerre d'Italia.
Pur basandosi su fatti storici concreti, su
documenti d'archivio e verbali, le vicende che
racconti hanno sempre il ritmo della narrazione, quasi
fossero racconti o romanzi. Come riesci a sintetizzare
o a mediare la ricerca storica, documentale con il tuo
stile narrativo?
Ho letto tantissimi romanzi che amo. E ho letto anche
molte ricostruzioni storiche. Una ricostruzione
storica fredda o astratta è stucchevole. Mi piacciono
i personaggi vivi ed ecco che desidero pennellare
com'erano fisicamente, che vestiti indossavano che
sigarette fumavano, cerco di interpretare i loro
pensieri in base ai documenti e alle vicende che hanno
vissuto. E poi io mi sforzo sempre di mantenere un
ritmo serrato alla storia. Io voglio che chi inizia a
leggere una cosa che io ho scritto vada fino in fondo.
Ho scritto di narrativa ed è una cosa, o scritto di
storia ed è un altra. Sono un giornalista. Mescola il
tutto e il risultato sono i miei libri.
La Resistenza è un argomento che è stato
oggetto, ultimamente, di interpretazioni divergenti e
di tentativi, nemmeno troppo velati, revisionistici.
Dal tuo punto di vista personale e avendoci lavorato
moltissimo, qual'è il valore storico della Resistenza
e cosa è rimasto oggi?
Lo studio e l'interpretazione della Resistenza ha
passato varie fasi. La prima fra gli anni Quaranta e
Cinquanta era esclusivamente di testimonianza,
memorialistica piena di retorica. Ma si tratta di
fonti importanti. Negli anni sessanta si è forse
scritto meno della Resistenza che è tornata in voga
negli anni settanta, questa volta appaiono i primi
storici ma si basano ancora quasi interamente sulle
fonti orali (che sono ottime ma incomplete). Negli
anni ottanta e novanta con i lavori di memorialistica
incominciamo ad avere anche ricostruzioni storiche
documentali. Poi il revisionismo che se è quello che
asciuga la resistenza dalla retorica può anche andare
ma se è quello di mettere sullo stesso piano
vincitori e vinti non so. A questo mondo ci sta tutto.
Però io credo che il valore storico della Resistenza
sia quello di una generazione che si è messa in gioco
per regalare alle generazioni che sono arrivate dopo
un po' di libertà. Credo che oggi sia giusto
festeggiare il 25 aprile, in qualunque modo, magari
con un pranzo fra amici o con una gita in collina. Chi
non festeggia il 25 aprile ha una scarsa coscienza
democratica.
Le eccezioni al tuo lavoro legato alla
Resistenza e alla seconda guerra mondiale, sono i
racconti di Cronisti di provincia e di Lungo
la via Emilia, due libri che risalgono ai tuoi
esordi. Ce li puoi descrivere brevemente?
I protagonisti di queste raccolte navigano ai margini
della società: ladri, tossicodipendenti, spacciatori,
puttanieri, giocatori d'azzardo, teppisti da stadio,
balordi che provano l'ebbrezza di una corsa in
macchina nelle notti di Rimini, ma anche stupratori e
malfattori di ogni genere. Avrei preferito la
narrativa ma la storia mi consente di vendere più
libri e così preferiscono gli editori e quindi...
Alla luce, forse falsa, dell'attualità seguire
la cronaca nera e giudiziaria sembrerebbe un lavoro
eccitante e pieno di imprevisti. In Cronisti di
provincia si scopre che non è così e che è
pieno di ombre e di ambiguità, ma anche di miserie
umane. E' vero?
Purtroppo per quanto riguarda la mia esperienza è così,
sono quasi vent'anni che scrivo di nera e giudiziaria
e posso dire di averne viste di tutti i colori, gli
imprevisti ci sono ma affrontare questi argomenti è
un lavoro duro, sotto ogni punto di vista, sia per gli
orari terribili a cui ti costringe la cronaca, sia per
le storie terribili in cui spesso, purtroppo molto
spesso ci s'imbatte. In Cronisti d Provincia ho
provato a raccontare i retroscena di certi fatti di
cronaca che talvolta a mio avviso non sono da meno dei
fatti stessi che finiscono poi sui giornali. Ma i
retroscena sui giornali non ci finiscono perché
altrimenti sarebbe il finimondo.
In un modo o nell'altro, ti sei sempre occupato
di un territorio specifico, dove vivi, raccontandolo
in tutte le forme. Non hai mai trovato limitante
occuparti soltanto di un luogo ben definito?
Ho sempre pensato che il modo migliore per raccontare
qualcosa a qualcuno è sapere bene cosa si sta
raccontando. Io parlo di storie della mia terra con
cui vengo direttamente a contatto, conosco la gente,
conosco il territorio. Mi sento forte sul mio terreno
come quando una squadra di calcio gioca in casa. Se
dovessi raccontare di un fatto ambientato a Parigi o a
New York, altri scrittori di quei posti mi farebbero a
pezzi, semplicemente, non solo perché sono più bravi
di me ma perché conoscono la realtà in cui vivono e
nessuno dall'esterno potrà competere sul loro
territorio. Prendi Charles
Dickens, era un cronista della Londra
ottocentesca, nelle sue pagine vi sono affreschi
memorabili di quella città in quegli anni, nessuno
potrebbe fare meglio di lui. Proprio nessuno. Così io
dal mio modesto punto di vista cerco anche di mettere
in pratica la lezione di Dickens.
Sull'asse della via Emilia, molti autori hanno
tratteggiato paesaggi ben diversi dai tuoi e penso a
Gianni Celati, per esempio. La tua via Emilia è
decisamente più torbida, spesso molto violenta, dai
tratti quasi lividi. E' più pertinente alla realtà o
è a sua volta un'immagine?
Ho letto Narratori della pianure e altre opere
di Celati, ovviamente. Il suo è un rapporto
malinconico con queste zone, a tratti anche idilliaco.
Ricostruisce vecchie storie con un certo distacco,
come se parlasse di un mondo perduto. Ed è un punto
di vista. Io faccio come lavoro il cronista e vedo la
via Emilia come un cronista. Io quando la percorro lo
faccio perché devo scrivere di gravi incidenti
stradali, di rapine in banca, di agghiaccianti storie
di prostituzione, di inseguimenti in macchina fra
carabinieri e malfattori di ogni sorta. Non riesco ad
avere il disincanto di qualcuno che si sofferma ed
osserva attentamente il paesaggio cogliendo quello che
è sparito e quello che c'è di nuovo. Anche se
ricostruisco una vecchia storia lungo la via Emilia,
come il massacro di Coduro di Fidenza del '45,
nell'Eccidio di Strà, lo faccio in presa diretta come
se la cosa fosse avvenuta da poche ore. E anche quello
fu un fatto di una violenza inaudita. In tutti i miei
libri torna la via Emilia. Credo che pochi abbiano
scritto quanto me su questa strada.
Avendo a disposizione una barca sul Po e un mese
di libertà, che libri ti porteresti da leggere?
Lasciando perdere I tre Moschettieri o l'intera
opera di Beppe Fenoglio o tanti altri autori che ho già
letto e che mi piacerebbe rileggere direi: I
misteri di Parigi di Sue, Don Chisciotte di
Cervantes, un giallo di Massimo
Carlotto e uno di Carlo
Lucarelli.