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Lungo la via Emilia |
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“...Per me l’unica
gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano come
favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni traverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Ooohhh!”
Jack Keruac
“Lungo la via Emilia”
è il titolo di una raccolta di dodici racconti dedicati alla grande provincia padana, ambientati a Piacenza, Parma, Cremona, nella Bassa Lodigiana, Riccione e Rimini, la capitale italiana del divertimento raggiunta dopo una
bruciante corsa notturna in automobile attraverso tutta l’Emilia Romagna per affrontare a centocinquanta chilometri orari il mortale “salto” della statale Adriatica. E’ tutto un mondo inquieto, meno conosciuto, meno
rassicurante che emerge da “Lungo la via Emilia”, un mondo popolato da tossicodipendenti, spacciatori, fricchettoni, nottambuli, discotecomani, teppisti, imbroglioni, giocatori d’azzardo, bari, ladri di mezza tacca,
poliziotti, giornalisti spiantati, ultrà da stadio. Il volume venduto in 800 copie è di 176 pagine, 10 euro, edizioni Blu
di Prussia, 1993 (Piacenza). Recensioni |
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La Provincia di
Cremona 2 dicembre 1993: Sono tutti outsiders i
protagonisti dei racconti di Ermanno Mariani. I personaggi, infatti, vivono e agiscono sulla opaca linea di confine che divide “integrazione” ed emarginazione. La Padania descritta da
Ermanno Mariani non è quasi mai elegiaca, poetica, come ad esempio quella di Gianni Celati. E’ una pianura sotterranea, figlia dell’opulenza e del degrado, popolata da tossicodipendenti, nottambuli, discotecari, teppisti,
ladri di polli, ultrà da stadio, giornalisti spiantati, spacciatori e fricchettoni. Un’umanità brada e senza speranza che suscita repulsione e tenerezza allo stesso tempo. La ragazza drogata, le
amiche in sala da ballo, i compagni di bravata sono descritti senza indulgenze. Il linguaggio è forte, lo stesso dei giovani di vita della Padania. I racconti dodici in tutto, sono scritti con stile essenziale e così le
delusioni, le mascalzonate, il brivido scorrono veloci come le ruote di un auto sull’asfalto della via Emilia. I protagonisti del libro
di Mariani sono drogati, ultras che vivono per il calcio, o meglio per il tifo, giornalisti con le idee non sempre chiare, patiti della discoteca, tutti esponenti di un mondo che la nostra società del benessere crea e
fatalmente emargina, lasciando loro l’illusione di essere dei protagonisti. In realtà sono dei vinti. Tifo da stadio e ultrà
sono i protagonisti del racconto più lungo del volume “Lungo la via Emilia”. Mariani descrive in questa assai godibile novella di oltre trenta pagine, intitolata “Una domenica da Leoni”, una trasferta dei tifosi
biancorossi in quel di Cremona, per la sfida da sempre più attesa fra le tifoserie delle due città. I protagonisti di questa narrazione sono quattro o cinque ultrà, ma a far da contorno della storia sono tutti i tifosi e
l’intera trasferta, descritta minuziosamente dall’autore. In tal senso “Una domenica da leoni”, per i toni realistici con cui è raccontata, può essere considerata un affresco di ciò che sono state certe frange del
tifo calcistico (tant’è ricorda l’autore, che subito dopo l’uscita qualche tifoso si è sentito in dovere di protestare per l’impietoso ritratto). Testo Soltanto
sogni (1993) Il sole splendeva alto
quando mia madre alzò le tapparelle con gran fragore senza alcun rispetto per chi ancora dormiva. "Hai fatto le cinque passate anche questa notte" mi gridò assai incazzata. "Che ora è?" borbottai stiracchiandomi. "Mezzogiorno e mezzo". "Bah!" e girai il fianco. In quel periodo ero abbastanza fuso; Veronica, la mia fidanzata di Parma, mi aveva
lasciato dopo tre anni per un oste di trentacinque anni, un francese quasi grasso e non era nemmeno tanto bello; quanto a quel narcotest, la bustina malefica risultò semplicemente vuota. Insomma un "pacco"
probabilmente dei tossici della stazione. Così nella grassa e godereccia Parma, in quei giorni avevo lasciato la fidanzata che
ci abitava e la mia affezionata Citroen Ds del '72, un autocarro me l'aveva distrutta, praticamente passandoci sopra, mentre io mi godevo la terribile scena seduto al bar con in mano un bicchiere di birra. Le lamiere della mia
Citroen scricchiolarono e gemettero a lungo, ma quella bestia di autista, non si fermò fino a quando non me la distrusse; accadde di notte, quella bestia di autista era ubriaco fradicio e chissà che cazzo vedeva invece di
auto in sosta, carreggiate, semafori, cartelli stradali e veicoli in movimento. Così, dopo sei anni di felice convivenza, i resti della mia Citroen giacevano in un enorme cimitero di auto di Parma. Di tanto in tanto l'andavo
a trovare, con lei potevo farlo, con Veronica no. "Sei un sognatore, hai sempre la testa fra le nuvole, sei un lavativo, restare
con te mi mette paura" questo mi diceva spesso Veronica e poi mi disse, con le lacrime agli occhi, prima di piantarmi in asso: "Devi mettere i piedi per terra, quando parli dei tuoi racconti, che vuoi pubblicarli...
Mi metti paura, c'è altro nella vita, non puoi basarti su quello, devi pensare ad altro, questo è un mondo feroce, la gente come te la schiacciano. Hai quasi trent'anni, non puoi continuare a fare il bambino, ti sei liberato
di quel debito cronico della Citroen, perché hai comprato un "Maggiolino", un altro vecchio residuo che beve un mare di benzina? Perché non hai comprato una macchina seria? Sempre con i jeans,
perché non ti tagli quei capelli? E quelle Clark che ti infili sempre. Tutti quei discorsi che fai, non mi sembri nemmeno di questo mondo, sembri un personaggio dei fumetti". Questo e altro mi ripeteva spesso Veronica e me lo ripeté ancora l'ultima volta che
la vidi. Poi rincarò la dose aggiungendo: "E poi io non ti merito, devi trovarti una brava ragazza, migliore di me...". Erano i soliti discorsi del tubo che sempre i fidanzati si sciroppano quando poco prima di
lasciarsi per sempre non sanno più che dire, ma in effetti, Veronica, a me i sorci verdi li aveva fatti vedere più di una volta. E ora che ci dicevamo addio non sapeva più cosa inventare. "Dobbiamo ascoltare la voce della ragione, il nostro rapporto da tempo non va più
bene, non possiamo ascoltare il cuore, se ascoltassi il mio cuore tornerei da te immediatamente". Già la ragione... E poi io stavo a sessanta chilometri da Parma e chissà cosa lei,
davvero, aveva ascoltato: cuore, ragione, sensi, o tutte e tre le cose insieme, non ho mai capito molto delle donne, soltanto che mi sono sempre scelto quelle sbagliate. Era come una forma di masochismo, più queste erano
sbagliate, stronze e bastarde, più a me piacevano e più trovavo in loro qualcosa di bello, di sensibile, di intelligente, di attraente. E così ora eccomi qui, non l'avrei mai detto e invece ero solo e perdente,
paradossalmente era come se fossi diventato prigioniero dei racconti che scrivevo e dei personaggi sbandati e squinternati che li popolavano, che strana ironia! Trascorrevo le mie nottate giocando oppure bevendo, soltanto al
sabato si andava a ballare, ma con i miei soliti amici si entrava così tardi nella discoteca... Mai prima delle due del mattino perché prima si tirava a far tardi nei bar con le carte o nelle osterie con le birre e le
ragazze più carine o più decenti se ne erano già andate, giusto per lasciare il posto a ubriachi che invece di ballare sulla pista barcollavano, a squallide grassone ed a qualche zoccola di mezza tacca, qualche tossico,
molti fumati, ma certo di personaggi con le carte in regola, dalle due e fino alle tre e mezzo, ora in cui la discoteca chiudeva, se ne potevano incontrare davvero assai pochi. Naturalmente, dalle tre in poi e fino alla
chiusura, le cose peggioravano ancor più sensibilmente, davvero gli ultimi minuti erano proprio tutti per i peggiori della contea che con gli occhi appannati e i movimenti ormai lenti e meccanici sobbalzavano agli ultimi
frastuoni musicali propinati dall'ormai semi addormentato disc jockey di turno. Una volta, ormai trascorso il sabato notte, si era alle tre e un quarto della mattina,
mi trovavo in una delle discoteche della mia contea, in quel momento più in voga di tutte le altre. Da una ventina di minuti mi ero sorpreso ad osservare una ragazza che ancora ballava in pista insieme ad un gruppetto di
amici. Era l'unica femmina che ancora ballava, gli altri, tutti uomini, non più di una quindicina, parevano grassi zombi o alte e magre ombre tremolanti, in comune ombre e zombi avevano il brutto, erano tutti brutti unti e
sporchi o troppo grassi o incredibilmente magri e altissimi, oppure nani orrendi. Ma lei la ragazza, era davvero assai bella e io mi colsi a fissarla ormai da tempo infinito, non mi riusciva di levarle gli occhi di dosso. Naturalmente lei se ne era accorta e in un paio di occasioni fra l'impazzare delle
luci stroboscopiche, mi parve di cogliere sulle sue labbra rosse come lamponi, un sorriso malizioso. Anche i miei amici si erano accorti che mi ero perso ad osservare l'unica fanciulla che ancora ballava sulla pista e
sgomitandosi e ammiccando fra loro se la ridacchiavano alle mie spalle. "Ora la blocco" pensavo "ma sì! Quando scende dalla pista la fermo e
le domando... Cosa? Mah! Qualunque cosa, il suo nome... No troppo banale, le faccio un complimento... No da vecchio voglioso". Mentre andavo rimuginando fra i miei pensieri, la ragazza aveva smesso di ballare e
per qualche istante scambiò alcune parole con un amico, poi con passo deciso scese dalla pista e mi passò accanto; ebbi l'impressione, nell'attimo che mi sfilò vicina, che volutamente rallentasse il passo, ma fu soltanto un
attimo, scosse i lunghi capelli castano rossicci e per un secondo respirai un dolce profumo di vaniglia, poi lei si allontanò e tornò il solito odore delle discoteche al mattino. Sudore e fumo ristagnante.
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